LE REAZIONI — Tutti, dal popolo del web ai poveri tifosi di Carpi e Frosinone, gli chiedono di sgombrare in fretta. Uno con un ego normale – per dire, Giulio Cesare o Napoleone – si ritirerebbe in convento per il resto della vita. Ma Claudio Magno non ci pensa per niente. Anzi, insiste nel dire che le sue parole fanno parte di un più ampio programma, un piano di rinascita del calcio nazionale che prevede meno squadre e più soldi per tutti. Anche Licio Gelli, in fondo, andava architettando le stesse cose. E’ il metodo che lo ha fregato e per fortuna è finita com’è finita. Lotito invece conta di restare al potere. Anche perché gli unici che potrebbero cacciarlo, i presidenti della Serie A, oggi si sono distinti per un fragoroso quanto sbalorditivo silenzio. L’assemblea di Lega non ha discusso l’argomento. Solo il duo di opposizione Agnelli-Baldissoni ha espresso un netto disagio. Privatamente, gli altri presidenti chiedono di “non fare di tutta l’erba un fascio”. Dimenticando che un fascio nel senso etimologico del termine (Lotito non ha mai nascosto le sue simpatie di destra) in federazione ce lo hanno spedito loro. Ora che è diventato l’emblema dello sfascio toccherebbe a loro revocarlo. Ma forse è troppo pretendere dai padroni del pallone un dignitoso senso delle istituzioni. Lotito e questo calcio non sono in fondo lo specchio fedele di un Paese dove in Parlamento le dispute si regolano a cazzotti? S’avanza, nello sport come nella società, l’idea che debba prevalere non la forza delle idee o del gioco bensì la prepotenza di chi mena e di chi briga. Per noi illusi che cerchiamo su un campo di pallone la certezza del risultato, il sospetto che una massoneria pallonara possa condizionarlo è semplicemente ripugnante. Questa è l’essenza del LotitoGate. Ma le probabilità che il nostro uomo finisca come Nixon non sono molte. Al contrario del Watergate, non è la stampa da sola che può sbattergli in faccia un cartellino rosso.



















