di ROCCO TRAISCI https://www.metropolisweb.it/
«Non sono io la causa di queste due tragedie, sono una persona perbene, mi hanno tolto il figlio quando era ancora un adolescente. Con me non avrebbe fatto questa fine». Domenico Romano è un uomo solo. Distrutto. Ma non finito: ha ancora qualche amico e soprattutto la voglia di lavorare, come esperto imbianchino, mestiere che ha fatto per tutta la vita. La prima tragedia a cui si riferisce è chiaramente quella dell’omicidio di Gino Tommasino, il consigliere assassinato dalla camorra il 3 febbraio 2009. In quel commando criminale c’era anche il figlio. Che secondo lui resta la seconda vittima di questa assurda vicenda: «Quando un matrimonio finisce male purtroppo le conseguenze ricadono sui figli.

Non pronuncia mai la parola ‘killer’ o camorrista’, non nomina mai il clan, se ne tiene alla larga e teme sicuramente per la sua incolumità. Ma perchè?: «La vicenda dell’auto bruciata purtroppo non è stata causata da un incidente. Sono convinto che qualcuno abbia tentato di farmi del male. Sono discriminato e purtroppo l’ignoranza spesso fa prendere degli abbagli», sostiene, dopo che Metropolis aveva intercettato e raccontato la sua storia, quella di un genitore che ha pagato colpe enormi per via di un figlio cresciuto sotto la scure delle cattive, cattivissime compagnie. «Non ho potuto seguire Catello nella fasi cruciali della sua vita perchè ho avuto un divorzio burrascoso. Ma da quando lo hanno arrestato è come se le conseguenze di questa assenza si siano amplificate, fino a sconvolgere anche la mia vita e la mia sfera privata. Per un periodo sono riuscito – dopo la burrascosa separazione da mia moglie – a pagami l’affitto in una casa di Gragnano. Lavoravo regolarmente, nonostante la crisi del settore e tutto sommato riuscivo anche sopravvivere. Da quando hanno arrestato Catello però nessuno ha voluto più farmi lavorare. Mi sono anche rivolto ad un assistente sociale di Gragnano. Molte promesse, qualche tentativo ma alla fine nessun risultato. Il problema è il mio cognome… (fa una pausa) … e adesso credo davvero che il mondo si sia capovolto. Un tempo erano i figli a pagare ingiustamente le colpe dei genitori, ora a 57 anni mi trovo nella disperata condizione di dover raccontare per filo e per segno la mia vita per dimostrare di essere una persona perbene, con tanti problemi ma che non ha mai avuto a che fare con la camorra ne con la cultura della camorra». I suoi rapporti con il figlio, però, in questi anni terribili, sono stati frequenti: «Fino a quando è stato al carcere di Secondigliano riuscivo ad ottenere colloqui ma da quando è stato trasferito al nord Italia per me non è più possibile andarlo a trovare».
Per una ragione semplice: Romano padre non ha nessuno che gli offre un lavoro e gli fa guadagnare soldi per trovarsi una casa. «Avevo l’auto., dormivo in macchina, me l’hanno incendiata. Catello? No, non sa nulla della mia vita in disastro. Ha già troppi problemi. Non voglio fare appelli, non voglio fare la vittima. Chiedo solo aiuto».





















