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Sarno 5 maggio 1998 : l’alluvione, le vittime, il ricordo di chi non c’è più

5 maggio 1998, una terribile catastrofe naturale colpisce Sarno, Bracigliano, Quindici, Siano, San Felice a Cancello. Un giorno come tanti destinato a diventare simbolo di una tragedia immane. Circa due milioni di metri cubi di mota si staccano dalle pendici del Monte Pizzo d’Alvano investendo i centri abitati. Mancavano pochi minuti alle 17, un boato infernale squarcia la quiete dei residenti nella piccola frazione di Episcopio. Il cattivo riversa in strada la rabbia incontrollata, dissemina ovunque terrore, ma nessuno percepisce ancora l’entità del pericolo che incombe su di loro. Roberto Serafino, 9 anni, è stata la prima vittima; l’onda melmosa lo travolge mentre tornava a casa a prendere il giubbino. Eduardo Aufiero 11 anni abitava a Sarno, era a casa della nonna a Episcopio quando l’alluvione spense per sempre la sua esistenza. Un disastro ambientale e umano: 160 vite spezzate, 137 nella sola Sarno.

Famiglie sterminate come i Fusco – Michele 70 anni, sua moglie Filomena, la figlia Emilia 32 anni, il marito Francesco, il figlio Carmine 5 anni; Natale Fusco 72 anni, (fratello di Michele), la moglie Emilia Adiletta, i nipoti Natale 12 anni e Emilio 10, la loro mamma Filomena Albero. Unico sopravvissuto il marito Michele Fusco. E ancora i De Vivo, i Soriente, i Gaudiello, i Costabile, gli Odierna: padre, madre e tre figli. Nomi, volti, storie, un futuro cancellato per sempre, al quale si mescola silenzioso il destino dei dispersi ai quali nessuno ha dato voce perchè invisibili mai censiti, come gli extracomunitari. Persone la cui scomparsa ufficialmente nessuno denuncia, ma che in tanti hanno notato l’assenza da quel maledetto giorno. Il fango “abbraccia” il paese, serpeggia tra le strade, trascina via case, alberi, auto, massi, affetti. Accompagnato da fragori che rimbombano come tuoni, echi indemoniati. L’ultimo a mezzanotte. La terra trema, sembra il terremoto, l’alluvione travolge l’ospedale Villa Malta. Il pronto soccorso diventa la tomba del dottor Maurizio Marino, dell’infermiere Pietro Sirica, del centralinista Saverio Russo, dei pazienti Giovanni Rossi e Giuseppe Terraccino e del piccolo Michele Costabile, un anno appena. Ferito il papà lo porta al nosocomio, moriranno entrambi come anche i suoi fratelli – i gemelli Antonio e Arturo tre anni e Pasqualino di due. La notte ormai prende il dominio, manca l’energia elettrica, a tratti si sente l’odore forte del gas. Quasi inesistenti nelle prime due fasi concitate, i soccorritori iniziano ad essere operativi con ogni mezzo. Si scava con le mani, le ruspe, si invocano nomi, ma la gravità dell’evento si manifesta in tutta la sua cruda realtà all’alba del 6 Maggio. Uno scenario apocalittico, un paesaggio deturpato appare sotto un timido sole, niente è più come prima. A testimoniare ciò che fino a poche ore prima c’era, esisteva: foto, mobili, carcasse di animali, motorini, oggetti di vita quotidiana diventati decori di una tragedia. Gli elicotteri sorvolano il paese, traggono in salvo le persone che hanno trovato riparo sui tetti mentre la terra, ridotta a muri di poltiglia, restituisce i primi corpi. I funerali collettivi furono 80. La lugubre cerimonia ebbe luogo nel campo sportivo, presenti le massime Autorità Politiche, il Presidente della Repubblica Scalfaro e il Ministro Prodi. Le bare, trasportate sui camion militari, allineate una accanto all’altra. Un caldo anomalo accompagna quel 10 maggio mentre lo strazio, la sofferenza logorano il cuore quando lo sguardo si ferma sui piccoli feretri bianchi, come quello di Francesca 20 mesi, della sorella Stefania 3 anni, decedute insieme alla mamma Lucia Corrado 28 anni e alla nonna, schiacciate dalla valanga di detriti sotto il soffitto in casa di un parente. Quando però le speranze sembravano affievolirsi, la disperazione aveva lasciato il posto alla rassegnazione, dalla cantina di una casa in Viale Margherita viene estratto vivo il 23 enne Roberto Robustelli. Risultava ufficialmente disperso invece lo studente universitario con l’hobby per la fotografia è rimasto prigioniero nel limo per 72 ore. I suoi lamenti furono sentiti da un uomo che allertò i soccorsi. Saprà solo in seguito che non avrebbe più rivisto il padre. La montagna assassina presenta ancora i segni delle colate di fango, come quelli indelebili provocati dal dolore nell’animo dei sopravvissuti. La causa naturale che ha scaturito la sciagura va ricercata nello smottamento che interessa la catena montuosa. Il terreno incoerente, reso tale dalle infiltrazioni d’acqua, ha provocato una flessione improvvisa. Lo scivolamento verso il basso di un’enorme massa, che a tratti si stacca in più punti, favorita dal disboscamento, causato dagli incendi e dal percorso innaturale che si crea perchè i regi lagni erano praticamente stati coperti dalle case abusive. La folle gestione del territorio, che per anni ne ha ignorato la manutenzione, complice l’incuria dell’uomo, ha spento per sempre la vita, i sogni, il futuro di 137 persone.

Natasha Macri

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